UBBIKAAI

Ubbikaai è il sostantivo che in Wolof indica la parola ed è quindi parola, racconto, narrazione. È il “materiale” della tradizione orale africana, quello di cui i griots sono i massimi esperti e garanti.

Tutti amano le storie. Qualcuno preferisce ascoltarle, qualcun altro raccontarle ma tutti le amano.
Miti, fiabe e favole fanno parte del patrimonio dell’umanità e quando parliamo non facciamo altro che narrare eventi passati o progettare eventi futuri. Parliamo e diciamo storie avvenute o che avverranno.

Ogni narrazione ha un tema. Il tema di Ubbikaai è la forza delle parole come espressione delle opinioni personali e come queste parole possano influenzare le azioni proprie o altrui.

Diverse storie racchiuse in una più ampia cornice mostrano al pubblico alcuni tra i molti modi in cui può essere usata la parola: per esprimere consigli, pregiudizi, opinioni personali, per confrontarsi con gli altri. Se c’è qualcuno che parla c’è anche qualcuno che ascolta o che non ascolta ed è proprio questo scarto a fare la differenza nelle storie raccontate. Dentro c’è il confronto tra generazioni, tra culture, tra singoli individui.

Le storie hanno un’efficacia nella misura in cui chi le ascolta, le trasforma per sé in qualcosa di utile: da una storia si possono prendere pezzi di memoria che servono per ricostruire pezzi della nostra immaginazione. Perché il rapporto tra colui che racconta e colui che ascolta è un rapporto in cui ci si dona qualcosa a vicenda. E’ quello che accade con UBBIKAAI, avvolti tra le immagini che prendono forma e i vari personaggi che le animano ed incarnano: primo uomo e prima donna, il contadino di Pietracatella, l’elefante, un Principe, un topolino, un gufo, il lago e la luna

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